DOPO I FATTI DI TORINO: SICUREZZA, GARANZIE E STATO DI DIRITTO. Perché al referendum bisogna dire NO

L’aggressione avvenuta a Torino ai danni di un agente di polizia, perpetrata da un gruppo violento, incappucciato e armato, rappresenta un fatto di eccezionale gravità che deve essere condannato senza esitazioni né ambiguità. La violenza organizzata contro chi esercita una funzione pubblica è un attacco diretto allo Stato e come tale deve essere perseguita con determinazione: i responsabili devono essere individuati, processati e condannati nel pieno rispetto della legge, con pene adeguate alla natura del reato commesso.

Tuttavia, la fermezza nel condannare un atto criminale non può e non deve tradursi nella sospensione del senso critico né, tantomeno, nell’accettazione passiva di una narrazione emergenziale funzionale a obiettivi politici estranei ai fatti. È profondamente discutibile, e politicamente pericoloso, il tentativo di utilizzare l’episodio di Torino come leva per orientare l’opinione pubblica verso il al referendum sulla cosiddetta riforma Nordio.

Siamo di fronte a una dinamica già nota: un fatto di cronaca grave viene isolato dal suo contesto e trasformato in strumento di pressione emotiva per giustificare interventi normativi restrittivi, sia sul piano delle libertà costituzionali – a partire dal diritto di manifestare – sia sul piano delle garanzie penali, attraverso l’introduzione di uno scudo penale per gli operatori di polizia.

Misure di questo tipo non rafforzano lo Stato di diritto: lo indeboliscono. Il diritto penale democratico si fonda sulla responsabilità individuale, sull’eguaglianza dei cittadini davanti alla legge e sul controllo di legalità dell’azione pubblica. Qualsiasi forma di immunità preventiva o attenuata per categorie di soggetti investiti di funzioni coercitive altera questo equilibrio e rischia di produrre zone di irresponsabilità incompatibili con i principi costituzionali.

È inoltre necessario sgombrare il campo da un equivoco di fondo: quella sottoposta a referendum non è una riforma della giustizia, ma una riforma della magistratura. E non è una riforma pensata nell’interesse dei cittadini. Non riduce i tempi dei processi, non interviene sulle carenze strutturali degli uffici giudiziari, non incide sugli errori giudiziari, non rafforza le tutele per chi subisce un’ingiusta detenzione.

Al contrario, essa produce effetti rilevanti sul piano dell’equilibrio tra i poteri dello Stato. La separazione e il conseguente indebolimento della magistratura rappresentano un vantaggio evidente per la casta politica, che da tempo manifesta insofferenza verso ogni forma di controllo giurisdizionale sulla propria azione. Smembrare la magistratura significa ridurne la capacità di esercitare quel ruolo di contro-potere che la Costituzione le assegna.

Ancora più preoccupante è il parallelo, sempre più frequente nel dibattito pubblico, con modelli di sicurezza importati da altri ordinamenti, in particolare dagli Stati Uniti. L’idea di uno scudo penale esteso alle forze dell’ordine richiama esperienze che hanno prodotto un aumento della conflittualità sociale, una riduzione della fiducia nelle istituzioni e una sistematica compressione dei diritti civili. Trasporre tali logiche nel nostro ordinamento costituzionale sarebbe una forzatura grave e pericolosa.

Allo stesso modo, appare contraddittorio che, a fronte della richiesta di rafforzare strumenti di tutela per gli appartenenti alle forze dell’ordine, si escluda l’introduzione di misure elementari di trasparenza e responsabilità già adottate in diversi ordinamenti europei. L’obbligo di codici identificativi univoci – numerici o alfanumerici, di grandi dimensioni, ben visibili da ogni lato della divisa e del casco e non modificabili – rappresenterebbe uno strumento essenziale per garantire l’immediata riconoscibilità degli agenti in contesti ad alta tensione, come le manifestazioni pubbliche, e per assicurare un accertamento rapido e imparziale in caso di presunti illeciti. Analogamente, la previsione dell’uso obbligatorio di bodycam integrate nelle divise, sempre attive durante il servizio di ordine pubblico e non suscettibili di disattivazione discrezionale, costituirebbe una garanzia reciproca: tutela per i cittadini contro eventuali abusi e protezione per gli stessi operatori da accuse infondate. La scelta di non adottare tali strumenti rischia di indebolire quel principio di responsabilità personale che è il fondamento di ogni esercizio legittimo della forza pubblica.

La magistratura è una casta? Sì, come lo sono molte strutture di potere nel nostro Paese. Ma è una casta che, con tutti i suoi limiti e le sue contraddizioni, continua a svolgere una funzione essenziale di bilanciamento nei confronti dell’altra grande casta: quella politica. Eliminare o indebolire questo contrappeso significa concentrare il potere, non renderlo più giusto o più efficiente.

La sicurezza non si costruisce sacrificando le garanzie.
L’ordine pubblico non si tutela smantellando lo Stato di diritto.
La giustizia non si riforma colpendo l’autonomia della magistratura.

Per questo al referendum non solo voterò NO,
ma invito tutti a farlo con consapevolezza e coraggio.

Perché difendere le garanzie oggi significa difendere la libertà di tutti domani.

Stefano Fuccelli Presidente PAE

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