
In queste settimane il dibattito pubblico presenta il voto come un “referendum sulla giustizia”. È una definizione imprecisa.
Il quesito non interviene sui tempi dei processi, non rafforza gli organici dei tribunali, non investe sulle strutture, non migliora le tutele per chi subisce un’ingiusta detenzione. Non affronta le inefficienze che incidono direttamente sulla vita dei cittadini.
Si interviene invece sull’assetto della magistratura, cioè su uno dei poteri dello Stato.
La distinzione non è formale, ma costituzionale.
I principi in gioco
La Costituzione italiana stabilisce all’articolo 101 che i giudici sono soggetti soltanto alla legge.
All’articolo 104 afferma che la magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere.
All’articolo 112 sancisce l’obbligatorietà dell’azione penale.
Questi principi rappresentano una garanzia per tutti i cittadini.
Per chi, come il Partito Animalista Europeo, si batte per la tutela degli animali e per l’effettività delle norme contro i maltrattamenti e i reati ambientali, l’indipendenza della magistratura non è un tema astratto: è la condizione concreta affinché le leggi di protezione animale vengano applicate senza condizionamenti, inerzie selettive o priorità dettate da opportunità politiche.
Quando vengono perseguiti reati contro gli animali — spesso privi di pressione sociale forte — l’autonomia dell’azione penale e la piena indipendenza del giudice rappresentano un presidio essenziale di civiltà giuridica.
Una riforma che non affronta le priorità reali
La giustizia italiana necessita di interventi concreti:
- riduzione effettiva dei tempi processuali;
- potenziamento degli organici;
- investimenti strutturali e tecnologici;
- responsabilità effettiva in caso di errori gravi;
- rafforzamento delle garanzie per chi subisce un procedimento infondato.
Il referendum non incide su questi aspetti.
Non rafforza neppure gli strumenti operativi per contrastare in modo più efficace i reati contro gli animali, il traffico illecito e le forme di maltrattamento che ancora oggi incontrano difficoltà investigative e processuali.
Modifica invece l’assetto interno del potere giudiziario, intervenendo sull’equilibrio tra i poteri dello Stato.
In una democrazia costituzionale i contrappesi non sono ostacoli, ma garanzie.
Ogni intervento che alteri tali equilibri deve essere valutato con estrema prudenza.
Una posizione di merito, non ideologica
La nostra posizione non è legata al governo proponente.
Siamo favorevoli a una riforma della giustizia che migliori concretamente l’efficienza e rafforzi lo Stato di diritto, anche nella prospettiva di una più efficace tutela degli animali e dell’ambiente.
Ma una riforma che non interviene sui problemi strutturali e incide invece sull’architettura dei poteri rischia di spostare l’equilibrio costituzionale senza produrre benefici tangibili per i cittadini e per la concreta applicazione delle norme di protezione animale.
Conclusione
Quando una riforma non interviene sui problemi concreti della giustizia ma modifica l’assetto del potere giudiziario, è legittimo interrogarsi sulle sue finalità.
In uno Stato costituzionale i contrappesi servono a evitare la concentrazione del potere.
Indebolire o ridefinire il potere giudiziario senza rafforzare contestualmente le garanzie dei cittadini significa alterare quell’equilibrio.
Il rischio evidente è uno spostamento del baricentro istituzionale verso il potere esecutivo.
Non è una questione di maggioranze contingenti: è una questione di architettura democratica.
Il Partito Animalista Europeo non può sostenere una riforma che, anziché migliorare il funzionamento della giustizia, incide sull’equilibrio dei poteri riducendo la forza del contrappeso giudiziario.
La tutela dei diritti — compresi quelli degli animali, che per loro natura non hanno rappresentanza politica diretta — dipende dall’indipendenza di chi applica la legge.
Per questo voteremo NO.
Per difendere lo Stato di diritto e impedire che l’equilibrio costituzionale venga spostato verso una maggiore concentrazione del potere nell’esecutivo.