IL SILENZIO DEGLI “INNOCENZI”: LA DOPPIA MORALE DI REPORT E IL CORTOCIRCUITO DELL’ANIMALISMO A TARGHE ALTERNE

Come la macchina del fango mediatico seleziona i propri bersagli politici ignorando i fatti.

Esiste un moralismo a geometrie variabili che nell’infotainment televisivo nostrano è diventato un format intollerabile. L’ultimo cortocircuito va in scena sull’asse dei finti paladini dell’ambientalismo e dei diritti degli animali, un mondo ipocrita dove l’indignazione si accende o si spegne a comando, a seconda del colore politico del bersaglio. Il caso che vede protagonista Giulia Innocenzi, megafono d’assalto di Report, ne è l’emblema perfetto: un’articolata architettura di teoremi e condizionali eretta per colpire un avversario politico, crollata miseramente di fronte al silenzio tombale calato sulle contraddizioni interne alla propria cerchia.

Al centro del mirino della giornalista era finita la deputata Michela Vittoria Brambilla, storica esponente del centrodestra. Nei suoi confronti, la narrazione d’inchiesta ha messo in campo il repertorio classico del fango mediatico: accuse di presunti conflitti d’interesse e ombre su partecipazioni societarie nel settore della distribuzione di prodotti ittici. Peccato che, al di là dei toni inquisitori e dell’uso massiccio di condizionali per coprirsi le spalle, le prove documentali definitive non siano mai arrivate a supportare il teorema. Ma il dettaglio più sconcertante è la faziosità dell’operazione: mentre la Innocenzi ha costruito un intero servizio basandosi su indizi fumosi, ha deliberatamente e dolosamente ignorato le uniche prove certe e documentate. Parliamo dell’enorme e inattaccabile produzione legislativa della Brambilla, firmataria di riforme, leggi e PdL concreti a tutela del benessere animale. Un lavoro istituzionale immenso che l’inviata ha preferito oscurare pur di non rovinare il proprio disegno accusatorio. Ma nel tribunale mediatico della Innocenzi, si sa, i fatti reali vengono sacrificati se non servono a imbastire il processo politico.

Il capolavoro d’ipocrisia si consuma però quando si gira lo sguardo all’interno della stessa parrocchia editoriale. Se la distribuzione ittica diventa una colpa imperdonabile per la Brambilla, come mai lo stesso rigore morale non è stato applicato a Sigfrido Ranucci? Per anni alla guida della medesima trasmissione, Ranucci è stato titolare della Delimed srl (società oggi cessata), che si occupava proprio di import e commercializzazione di pesce. Eppure, in quel caso, l’olfatto giornalistico dell’inviata non ha avvertito alcuna puzza di bruciato.

Qui la Innocenzi potrebbe tentare l’arrampicata sugli specchi per salvarsi l’anima, replicando con il più classico dei sofismi: “Ranucci, a differenza della Brambilla, non si è mai proclamato un paladino degli animali”. Un alibi ridicolo che non regge. La questione, infatti, non è l’etica di Ranucci o quella della Brambilla. La questione è la totale mancanza di coerenza di Giulia Innocenzi. È lei che si autodefinisce la paladina assoluta del mondo animale; è lei che ha fatto della difesa della fauna la sua bandiera ideologica e professionale. Di conseguenza, nel suo schema mentale, chiunque lucri sulla commercializzazione di prodotti ittici dovrebbe essere un bersaglio da contestare con la medesima ferocia. Invece no: due pesi e due misure che trasformano l’inchiesta in un’arma di parte. Peccato mortale se commesso a destra, dettaglio trascurabile se riguarda il proprio caposquadra.

Ecco perché il servizio di Rete 4 ha fatto crollare definitivamente l’alibi del giornalismo d’assalto a targhe alterne.

Un’ipocrisia talmente macroscopica da finire sotto i riflettori della televisione commerciale. È stato infatti il talk-show “4 di sera” condotto da Paolo Del Debbio su Rete 4 a squarciare definitivamente il velo su questa vicenda, portando all’attenzione del grande pubblico il cortocircuito editoriale di Report. Con un servizio specchio della realtà, la trasmissione di Del Debbio ha messo a nudo la faziosità di un giornalismo che si professa indipendente ma che si scopre stranamente distratto quando le telecamere dovrebbero inquadrare i propri corridoi. Il focus del programma ha evidenziato come certe inchieste somiglino più a chirurgici regolamenti di conti politici che a genuine battaglie di civiltà. Il livello di tolleranza si alza ulteriormente se si scava nei rapporti personali che lambiscono quel mondo, come i legami storici con figure come Valter Lavitola, le cui passate passioni venatorie sono documentate da immagini agghiaccianti. Parliamo di safari africani da 130 mila euro e di foto che lo ritraggono fiero cacciatore sopra leoni ed elefanti abbattuti con fucili dal costo di 100 mila euro ciascuno.

Di fronte alla caccia grossa a pagamento – la massima antitesi di qualunque valore animalista – l’indignazione della Innocenzi si è improvvisamente inceppata. Niente blitz, niente domande incalzanti, niente microfoni sotto il naso dell’amico fraterno del suo conduttore.

Una condotta riprovevole che ha sollevato la durissima reazione delle vere associazioni sul campo. Sulla questione è intervenuto senza sconti Stefano Fuccelli, presidente del Partito Animalista Europeo, con una dichiarazione che non lascia spazio a repliche:

“Siamo di fronte a un comportamento semplicemente vergognoso e intollerabile. Chi si professa paladino degli animali non può permettersi il lusso di avere la vista corta o di selezionare i colpevoli in base alle simpatie politiche o alle convenienze di scuderia. Quello della Innocenzi non è animalismo, è opportunismo mediatico della peggior specie. Tacere sulla Delimed srl di Ranucci e ignorare i safari da centomila euro dell’amico Lavitola, mentre si imbastiscono teoremi senza prove contro la Brambilla, è uno schiaffo in faccia a chi lotta davvero ogni giorno per i diritti degli animali. Questa doppia morale svilisce la nostra causa e dimostra che per certi personaggi la difesa della fauna è solo un paravento per fare propaganda faziosa e proteggere i propri sodali.”

È qui che si palesa il vicolo cieco della doppia morale: si chiudono entrambi gli occhi, ci si tappa le orecchie e ci si volta dall’altra parte per non disturbare la propria cerchia, mentre si affilano i coltelli contro il nemico pubblico prestabilito. Questo giornalismo d’attacco, che pretende di fare le pulci alla coerenza altrui muovendosi solo su suggestioni, ha perso ogni residuo di autorevolezza. Finché le inchieste saranno guidate dal pregiudizio e dal tesserino politico, l’animalismo della Innocenzi resterà solo una recita a uso e consumo delle telecamere: un paravento dietro cui nascondere la più vecchia e squallida delle pratiche, ovvero colpire gli avversari e proteggere i propri sodali.

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