
Molti lettori si interrogano oggi sull’attendibilità di Report, soprattutto alla luce dei recenti e clamorosi sviluppi giudiziari. Il tempo, come spesso accade, è galantuomo e rimette ogni tassello al suo posto. Chi segue costantemente questo blog ricorderà perfettamente le nostre dure e documentate prese di posizione contro una certa narrazione televisiva, incline più al teorema politico che all’obiettività del servizio pubblico. In passato, non avevamo esitato a contestare i servizi della trasmissione di Rai 3 attraverso ben tre contributi analitici, i cui titoli parlavano già da soli: 1°) “REPORT, strumentalizzata l’On. Brambilla per colpire ENCI, Alemanno e l’area politica della destra“; 2°) “REPORT, faziosi attacchi politici all’On. Brambilla“; 3°) “REPORT & cacciatori ed allevatori contro la Brambilla, ora è tutto chiaro“.
In quelle occasioni avevamo denunciato con forza un modus operandi pretestuoso, volto a sminuire l’attività legislativa di una parlamentare per colpire, in realtà, precisi target istituzionali e l’intera area politica della destra, imbastendo inchieste eccedenti e non pertinenti. Oggi, alla luce dei risvolti che vedono coinvolto il conduttore Sigfrido Ranucci e il faccendiere Valter Lavitola, quella che appariva come una sistematica parzialità editoriale assume contorni decisamente più torbidi e oscuri. E, purtroppo per il giornalismo d’inchiesta, non fa altro che confermare definitivamente i nostri storici dubbi circa l’attendibilità di Report e la trasparenza di quella redazione.
Una vicenda surreale che mina la credibilità del servizio pubblico
I fatti emersi dalle indagini della Procura di Roma aprono uno squarcio indecoroso su uno scenario che definire surreale è poco. L’arresto di Valter Lavitola, accusato di essere il mandante del grave atto intimidatorio ai danni della villetta di Ranucci a Pomezia, ha scoperchiato un vaso di Pandora fatto di messaggi confidenziali, frequentazioni assidue e rapporti definiti dagli inquirenti fin troppo “amichevoli” tra il giornalista e l’ex editore dal passato giudiziario a dir poco complesso.
Ma è la tesi difensiva dello stesso Lavitola – il quale ha ammesso le sue responsabilità pur ridimensionando l’entità dell’azione – a lasciare sbigottiti: l’atto sarebbe stato orchestrato per “fare del bene” a Ranucci, simulando una minaccia concreta per costringere le autorità ad innalzarne il livello di scorta. Una giustificazione definita “fumosa e inverosimile” dallo stesso GIP, dietro la quale gli inquirenti ipotizzano invece un disegno ben più articolato, volto a vittimizzare mediaticamente il conduttore in vista di un suo possibile e ventilato lancio nell’arena politica per le elezioni del 2027.
Sebbene la magistratura consideri Ranucci formalmente estraneo al piano criminale dell’attentato, è l’esistenza stessa di questo retroterra di contatti e intrecci a far crollare definitivamente il mito della totale terzietà e purezza del programma. Come si può cedere ancora alla retorica sull’attendibilità di Report quando si scopre che, nel privato, si intrattengono rapporti così opachi con personaggi di tale caratura?
Dai teoremi contro la Brambilla alla realtà dei fatti: il nodo della faziosità
Il filo conduttore tra i vecchi attacchi e l’attuale fango mediatico è evidente. Quando l’inviata Giulia Innocenzi, nel servizio “Lottizzazione dei cani”, aggrediva verbalmente e con veemenza l’On. Brambilla nella sala congressi di un hotel, ignorando volutamente i contratti commerciali trasparenti tra ENCI e Mediaset e calpestandone la produzione legislativa, l’obiettivo era chiaro: creare il “mostro” in prima serata per compiacere un determinato elettorato e colpire la destra sociale. Si preferiva la spettacolarizzazione del giornalismo d’assalto alla cruda realtà dei fatti.
Oggi scopriamo che, mentre in televisione si impartivano lezioni di etica e si costruivano teoremi per colpire l’area conservatrice, dietro le quinte si consumavano dinamiche relazionali a dir poco imbarazzanti. Questo cortocircuito non è solo una debacle professionale per il conduttore, ma rappresenta la conferma scientifica di quanto sostenuto da questo blog: la linea editoriale della trasmissione è stata troppe volte guidata da un pregiudizio ideologico, privo della necessaria obiettività richiesta a chi viene pagato con il canone dei contribuenti.
La richiesta di chiarezza non è più differibile
Le reazioni politiche di queste ore, con la richiesta da parte del centrodestra di una sospensione immediata della collaborazione della RAI con Ranucci e di una pausa di riflessione per il programma, non sono un attacco alla libertà di stampa. Al contrario, sono l’atto dovuto di chi esige che il servizio pubblico sia presidiato da figure sopra ogni sospetto, capaci di garantire un’informazione pulita, equa e non inquinata da dinamiche di potere personali o ambizioni elettorali sottotraccia.
I nodi, finalmente, vengono al pettine. Chi per anni ha preteso di fare il moralizzatore pubblico usando due pesi e due misure, oggi si ritrova stretto nella morsa di una vicenda oscura che cancella ogni residuo di autorevolezza. I nostri dubbi di ieri sono le certezze di oggi: l’attendibilità di Report è definitivamente compromessa.
“Gran parte dei servizi di Report erano caratterizzati da teoremi e condizionali per inchieste basate su ipotesi, un metodo giornalistico che mira a sollevare dubbi etici e di opportunità politica senza prove certe. – dichiara il Presidente del Partito Animalista Europeo, Stefano Fuccelli – Io resto dell’idea che chi si fa paladino della trasparenza e della responsabilità debba applicare a se stesso gli stessi identici parametri rigidi usati per gli altri, pertanto dovrebbe fare un passo indietro e dimettersi da Report chiedendo scusa a tutti gli italiani. “